Questo è un tema… Ma se verrà vietata la vendita della carne di cavallo (almeno nei circuiti ufficiali) tutti i cavalli impiegati nelle corse clandestine che fine faranno dopo? Verranno tenuti al prato? Difficile… Smetteranno di esistere? Ancora più difficile… Cesseranno le corse clandestine?
Quindi che fine faranno? Non per voler fare Cassandra, ma risposta è una solamente: verranno comunque macellati e venduti per il consumo alimentare in un circuito che ha una unica regola: l’illegalità.
Stabilito che la filiera della carne equina pare continuare a essere la meno ‘verificata’, viene facile pensare che il mercato di carne extra-filiera, proveniente cioè da un circuito che non è soggetto alle norme fatte per tutelare la nostra salute, continuerà a proliferare. A meno che alla norma si accompagni anche il doveroso controllo. Serratissimo e capillare.
Se si arriverà al punto in cui la vendita di carne di cavallo sarà vietata, in primis ne dovranno rispondere i commercianti titolari delle macellerie. Che, è ragionevole pensare, non la esporranno certo in bella vista sul bancone. Tanta parte quindi la giocheranno i controlli, sperando che si rivelino più serrati di quelli che, fino a poco tempo fa, hanno permesso che in diversi centri storici urbani si tenessero i cavali in garage. Perché una cosa è sicura: è più facile nascondere qualche chilo di carne equina che non un cavallo intero e per di più vivo.
La politica arriverà a una fine del dibattito e deciderà se il cavallo sia o non sia un animale da affezione. Da ciò dipenderà il voluminoso capitolo della vendita e del consumo di carne di cavallo. Attualmente, le proposte di legge che puntano a riconoscere gli equidi come animali d’affezione, allo stop a macellazione e commercio delle carni sono tre. Molti sono favorevoli, altri contrari. Molti credono che così facendo si faccia il bene dei cavalli, altri l’esatto opposto. In un paese dove dividersi in curve prescinde il ragionamento, una delle due parti sentirà di aver subito un torto. Quale che sia la decisione.
Detto ciò, è innegabile (non stiamo dicendo che sia giusto o sbagliato…) che ci siano luoghi in cui questo nuovo corso cozzerà pesantemente con la tradizione. In Sicilia, e soprattutto a Catania, la tradizione dell’arrustuta di cavaddu è radicatissima. Paradossalmente, nessuno si chiede quale sia la provenienza della carne venduta nelle griglierie – molte abusive – di cui le strade della movida cittadina sono piene. Fa parte della storia e del folklore locale… Anche se può far male. Del resto, concetti come l’antibiotico-resistenza – se non quelli legati al benessere animale – sono lontani. Almeno fino al momento in cui non ci si ritrova a mani nude contro qualche malattia per la quale, l’aver assunto cibi non controllati non renderà del tutto inefficaci i farmaci a nostra disposizione.























